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Rubriche

02/06/2011

Booksound #2: «Come rendere il rock più colto e la cultura più rock»

Clichè. Uno dei più duri a morire è quello dell’intellettuale, musicalmente snob e del conseguente gap “culturale” tra la letteratura e il rock. Anche se di fatto, le evidenze nella storia della musica hanno provato il contrario nessuno o quasi era riuscito a scalfire questo clichè e a rendere visibile a livello mediatico e “di pubblico” il legame tra musica e cultura quanto il signor Pierpaolo Capovilla.  All’ultracitata storia d’amore intellettuale tra Capovilla e Majakovskij dedicheremo uno dei prossimi numeri di Booksound. Stavolta, invece, parliamo dei nomi.
Provate a scrivere One Dimensional Man su Google: la prima cosa che vi viene fuori sono due “Articoli Accademici”. E non si tratta di qualcuno che ha fatto una tesi di laurea sugli One Dimensional Man. One Dimensional Man, L’uomo a una dimensione, è il nome di un opera, la più importante, del filosofo tedesco, Herbert Marcuse, antifascista e marxista (Lo stesso che ha coniato il notissimo “motto” del 68 «L’immaginazione al potere»): senza fare lezioni di filosofia, restando ancorati alla musica, la teoria di Marcuse si può ultracondensare con i CCCP,  «Produci, consuma, crepa» e nessuna possibilità di resistere, di uscire fuori da una sorta di democrazia capitalistica totalitaria che invade ogni aspetto della vita dell’individuo. Si capisce, quindi, che chiamare un gruppo musicale “One Dimensional Man”, quindi, è paradossale, contraddittorio e geniale insieme, se si intende la musica (E l’arte in genere) come forma di resistenza alla “monodimensionalità”, come quella forma di resistenza che Marcuse escludeva o quasi. (Ma magari lo hanno fatto solo perchè gli piaceva il nome).
Nel novembre 2005 succede che i signori Capovilla e Favero, insieme a Gionata Mirai, danno vita a un nuovo progetto, in gergo un “side project” (Che poi però di fatto diventa “main”). Il nuovo progetto si chiama “Il teatro degli orrori”. Ed è ancora una citazione letteraria! Il nome, come asseriscono gli stessi creatori del progetto, è infatti una citazione del “Teatro delle crudeltà” del commediografo francese Antonin Artaud. Per far capire il nesso tra il “Teatro degli orrori”, il gruppo, e il “Teatro delle crudeltà”, niente è più efficace di una citazione dal “Secondo manifesto del teatro delle crudeltà”: «Le parole, oltre che nel senso logico, saranno usate anche in senso incantatorio, veramente magico – non soltanto cioè per il loro significato, ma anche per la forma e per le loro emanazioni sensibili.».
Leggetela. E provate a non pensare alle canzoni del Teatro.
Insomma, a parte i meriti musicali discussi in lungo e in largo, ai signori in questione, va anche un altro merito importantissimo: quello di aver reso il rock più colto e la cultura più rock.